Il sacrificio della nautica salva Italia

E’ fatta. In poco più di 24 ore si è consumato il rito della lobby nei corridoi romani per….salvare il salvabile.. e fortunatamente qualcosa è stato salvato.

 

Non ha purtroppo prevalso il buonsenso come speravo nel mio post dell’altro ieri, non siamo stati ascoltati nella richiesta di una tassa sulla proprietà e non sul transito. Lo abbiamo fatto troppo tardi. Dopo la bufera mediatica contro la nautica la scorsa estate,  dovevamo avere l’umiltà di comprendere che saremmo stati colpiti tra i primi, in quanto simbolo di malcostume ed evasione fiscale.
Avremmo dovuto fare noi il primo passo, invece di aspettare fatalisticamente che ci piombasse sulla testa un testo di legge che poi per un maledetto senso di orgoglio e coerenza nessuno ha avuto il coraggio di modificare nella sua concezione di base.

 

Quindi oggi siamo qua oggi a leccarci le ferite e a contare (spero non a trasformare in successo di qualcuno..) i risultati che abbiamo comunque ottenuto. Dico abbiamo perché per una volta, a parte chi bontà sua si è mosso nei “corridoi” romani, la comunità della nautica tutta insieme ha dato una risposta unanime.

Abbiamo salvato, come era giusto che fosse, le barche seppur grandi ma di minor valore in quanto di età; abbiamo salvato ( e volevo vedere!) il lavoro dei cantieri che tra targhe prova e attività di service e refit danno economia e occupazione. Resta da capire, non è poco, cosa succede alla barche, grandi o piccole, in charter e ai grandi yacht in bandiera estera che “toccano” (o dovrei dire… toccavano..) le coste italiane riversando letteralmente fiumi di denaro e lavoro per gli operatori.

Ho assistito ieri sera, impotente come tanti di noi della nautica, a Porta a Porta dedicata al Decreto Salva Italia: nonostante la buona volontà di Vespa è andato in scena l’ennesimo “tiro al bersaglio” al settore. I quotidiani di oggi sono divisi tra l’accusa alla casta “che ha vinto ancora una volta” e il de profundis ad un settore che “perderà il 50%  del turismo nautico lungo le coste”. Una situazione kafkiana, un paradosso. Qualcosa non va!

 

E forse quel qualcosa è emerso forte e chiaro ieri a Porta a Porta: continuiamo in effetti ad essere considerata una casta, non siamo (stati) in grado di rispondere ad una semplice domanda che Vespa rivolgeva, ma anche che tutti gli italiani pongono: “perché chi compra certe barche non paga le tasse?”

Abbiamo perso un’occasione, l’ennesima! Dovevamo dare una risposta secca e chiara per tutti, invece di tentare di sciorinare stancamente dati e numeri che i fatti han dimostrato, non interessano più a nessuno. Questa è la mia di risposta:

 

 

Chi compra una barca di certe dimensioni in Italia, lo fa attraverso il leasing, quindi attraverso le banche, quindi ci paga l’IVA, ridotta magari, ma la paga eccome.

Chi vuole fare il furbo, magari come ha detto ieri il Vice Ministro, mettendola fittiziamente in charter sotto bandiera estera, non può più farlo, né in Italia, né in Europa; e non va confuso con quella sacrosanta categoria di operatori internazionali del charter che portano fior di ricchezza lungo le nostre coste.

Chi “affitta” o vende posti barca in Italia, applica il 21% di IVA; il doppio di quello che si paga in Francia.
Non è (era) semplice affermare questi semplici concetti? Di cosa abbiamo paura? Sembra quasi che si voglia difendere il “Paese delle mazzette”. Cosa centra la nautica in tutto questo?

 

Mi dispiace ma devo dare ragione alla retorica di Della Valle: “noi imprenditori, insieme al Paese, abbiamo l’opportunità di impostare un nuovo modo di porsi di fronte alle regole, e dare l’esempio per tutti”

Può sembrare un’affermazione retorica, se rivolta genericamente all’imprenditoria italiana. Ma qui la nautica ha un vantaggio; è un settore di nicchia, dove ogni azione è misurabile pubblicamente nella sua immediatezza. Ieri sera abbiamo perso un’opportunità, ma siamo ancore min tempo. Prendiamo una volta per tutte distanza dal malcostume, anche con azioni concrete e visibili, dimostriamo che non siamo una casta, l’ho già scritto in altra circostanza, e avremo la dignità che meritiamo.

 

Ad maiora

Lorenzo Pollicardo

Giuseppe Recchia ha commentato così

Caro Lorenzo, come sempre hai perfettamente ragione. Il settore della nautica ha reso molte persone ricche e altrettante hanno subito dei danni infiniti. Occorre cambiare la mentalità, pulire ciò che resta e ripartire a testa alta. Io e Giovannella segiamo il tuo lavoro, e lo consideriamo comunque un punto di riferimento.

Giuseppe Recchia

Gianenrico Cravenna ha commentato così

Direi che la situazione vada segmentata tra problematiche per le aziende di produzione orientata soprattutto all’export (dove a mio avviso la miopia di molti privati/operatori/enti/amministrazioni ha fatto vivere il boom delle esportazioni come una dato strutturale e non congiunturale) dove ormai la competizione può essere solo nel franchising del marchio a produttori BRICS (finchè regge…) e la situazione del mercato INTERNO.
Ha presente quanti hanno portato la barca sotto bandiera belga? Tutti armatori che hanno operato via bonifici bancari e atti pubblici perfettamente tracciabili e che denunceranno nel riquadro RW il possesso della barca con bandiera estera; perché lo hanno fatto? Sostanzialmente per non avere a che fare con le normative italiane, fatte a tutela di alcune lobby (basta pensare alle dotazioni di sicurezza, come se il Mare del Nord avesse condimeteo meno gravose del Mediterraneo) o lasciate al parto di una Amministrazione di stampo borbonico (mi riferisco, ad esempio, al conseguimento del certificato RTF SRC che si può conseguire solo a Roma e dopo apposito esame, mentre nella vicina Francia si fa tutto via Web e l’esame si “prenota” nella sede ed alla data più confacente) .
Infine la scandalosa situazione dei ricavi dei marina: il mio circolo con circa 2 milioni di euro autofinanziati dai soci, ha rifatto tutti i pontili per circa 230 posti barca; si tratta di 2 frangiflutti “pesanti e 5 pontili galleggianti. Conti della casalinga di Voghera per posto barca “medio”: 1.000 euro/anno di ammortamento + 1.000 euro/anno di costi di gestione + 1.000 euro/anno di contribuzione alle attività del Circolo (gestione delle piscine comunali, gestione attività agonistica, attività sportive per diversamente abili, ecc.ecc.; se fosse un privato sarebbe MARGINE). .A.a fronte dei 3.000 euro richiesti, nelle zone finitime per lo stesso posto barca si richiedono dai 5.000 ai 7.000 euro/anno.
E’ esperienza comune che in Francia/ Corsica i marina costino il 30% in meno. dei porti Sardi (ad es.).

Certo, ci sarebbe voluta una organizzazione di settore che tutelasse gli interessi degli utenti TUTTI e che avesse guardato in PROSPETTIVA ai problemi che, prima o poi si sarebbero presentati.
Gianenrico Cravenna

Fabio Colivicchi ha commentato così

Caro Lorenzo,
Per noi che condividiamo lo stesso ambiente di lavoro e la stessa
passione, forse un bel modo per farci gli auguri di buone feste è
scambiarci le riflessioni sul difficile momento che stiamo
vivendo…..
Ho visto il tuo articolo, e ti segnalo quanto scritto da me sul
medesimo tema, a questo link diretto:
http://www.saily.it/article/barca-salva-italia
Fabio Colivicchi

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